Non solo il destro di Hakan Calhanoglu e quello di Petar Sucic. O la testa del regista turco. Ci sono anche mani, braccia e corpo di un portiere spagnolo – il primo della storia nerazzurra, o forse no – sulla finale di Coppa Italia conquistata martedì sera dall’Inter. Josep Martinez con le sue parate è stato decisivo. E nel suo approfondimento odierno La Gazzetta dello Sport concede ampio spazio a una particolare tecnica dell’estremo difensore.
Coppa Italia: l’Inter ringrazia (anche) la “croce iberica”
Scrive la rosea, ritornardo sulle parate dell’ex Genoa: “All’inizio su Baturina, poi quando ha evitato il possibile 1-3 fermando Diao. E infine a tempo quasi scaduto su Caqueret. Tre “miracoli” simili. Nati per il posizionamento del corpo a coprire più spazio possibile con le mani larghe e le gambe pronte a scattare. Infatti per tre volte l’attaccante ha tirato addosso al portiere, facendo sembrare la parata ‘quasi’ normale“.
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Una tipologia di uscita nella quale, ad esempio, il numero sedici del Milan Mike Maignan è specialista. Continua il quotidiano milanese: “Sono ormai tanti anni che i portieri sono abituati a questo tipo di gesto. I maestri che vengono subito in mente sono il tedesco Manuel Neuer e il ceco Petr Cech. Imitando soprattutto i portieri del futsal, calcio a 5, sono stati loro a imporre l’uscita che era stata chiamata “a croce iberica”: quando c’è l’attaccante che si avvicina il portiere non cade come si faceva una volta, ma allarga le braccia e una gamba, l’altra la piega per garantirsi comunque il massimo di reattività. Ma al calcetto quello stile era arrivato proprio dall’hockey ghiaccio dove da decenni i portieri hanno sviluppato un stile chiamato butterfly perché allargando al massimo le braccia e i gambali sembravano delle farfalle“.



