Nato a Douala, nel Camerun sudoccidentale, il 10 marzo 1981 spegne oggi quarantacinque candeline l’ex attaccante dell’Inter Samuel Eto’o. In nerazzurro per due sole stagioni – 2009/10 e 2010/11 – ha giocato con la maglia della Benamata centodue partite segnando cinquantre reti. Nella sua esperienza meneghina oltre al Triplete ha vinto una seconda Coppa Italia e la Coppa del Mondo per club.
L’Inter del Triplete e il peso specifico di Samuel Eto’o
In una recente intervista alla Gazzetta dello Sport il suo compagno di reparto Goran Pandev ha spiegato tra il serio e il faceto come tra i segreti di quella stagione leggendaria ci fosse quella che potremmo chiamare come Teoria della carbonara. A pranzo, prima delle partite: “Alla Lazio mangiavo bresaola e rucola, ad Appiano ognuno faceva ciò che voleva. In aereo ci presentavamo coi calzini spaiati, uno con la tuta e un altro no. A Roma erano tutti pariolini… precisi, vestiti bene. Alla Pinetina l’importante era non sgarrare in allenamento“.
Più verosimilmente l’Inter riuscì ad arrivare in fondo su tre fronti senza lasciare prigionieri proprio per la presenza di campioni propriamente detti come Samuel Eto’o. L’avanti camerunense arrivò a Milano nell’ambito dello scambio con Zlatan Ibrahimovic (più un bonifico a favore dei nerazzuri di circa cinquanta milioni di euro: uno degli affari miglior di tutta la storia del calcio).
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Tutti ricordiamo la sua abnegazione nella semifinale di ritorno a Barcellona, dove l’evolversi della gara lo costrinse praticamente a fare (anche) il terzino destro. Ma c’è un episodio che più di altri spiega il peso specifico del numero nove in quella cavalcata.
Il discorso nello spogliatoio
Ovvero il discorso ai suoi compagni, voluto fortemente dallo Special One, prima della finale di Champions League: “Mourinho fece una cosa che in pochi avrebbero fatto. Tenne il suo discorso al gruppo e poi disse ‘ora Samuel ci dirà come vinceremo questa sera’. E per questo devo ringraziarlo. In finale vince chi scende in campo per vincere, non chi scende in campo per giocare. Ognuno di noi pensava che avevamo sofferto per arrivare alla finale, avevamo superato tappe come Barcellona, Chelsea, erano più di quarantanni che non vincevamo e il nostro pubblico desiderava solo questo. Dovevamo fare qualcosa per un popolo, un pubblico che se lo meritava“.


