La storia dell’Inter è costellata di successi. Ma al suo interno custodisce anche una delle vicende umane più tragiche e significative del calcio mondiale: quella di Árpád Weisz.
Ungherese, nato nel 1896, Weisz non fu solo un allenatore, ma un pioniere. La sua vita fu segnata, fin da giovane, dai grandi conflitti del Novecento. Durante la Prima Guerra Mondiale, lottando per l’Impero Austro-Ungarico, egli venne catturato e divenne prigioniero di guerra in Italia, internato a Trapani. Una prigionia che, sebbene bellica, fu il primo contatto forzato con il Belpaese. Ovvero il luogo in cui avrebbe raggiunto il successo.
L’allenatore rivoluzionario dell’Ambrosiana-Inter
Dopo una breve carriera da calciatore, il magiaro abbracciò la panchina. Dimostrando un’intelligenza tattica e una modernità che lo resero un’icona. La sua ascesa fu rapidissima: approdò alla panchina dell’Ambrosiana-Inter (come si chiamava l’Inter all’epoca) e la guidò alla conquista dello Scudetto del 1930, un traguardo storico che lo consacrò come l’allenatore più giovane a vincere un campionato italiano.
Continuò a forgiare talenti. E a vincere anche con il Bologna, scrivendo un’altra pagina di storia. Weisz era un punto di riferimento, l’autore di un manuale tecnico considerato rivoluzionario. Il modello di un calcio che guardava al futuro.
La persecuzione e l’esilio
Tuttavia, il successo e il prestigio non potevano nulla contro l’oscurità che si stava diffondendo in Europa. Árpád Weisz era di fede ebraica. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali del regime fascista nel 1938, la sua carriera, purtroppo, fu interrotta bruscamente.
Nonostante fosse una personalità amata e rispettata, un cittadino che aveva dato lustro allo sport italiano, fu costretto all’esilio con la moglie Elena e i due figli, Roberto e Clara. La famiglia si rifugiò nei Paesi Bassi, illudendosi di aver trovato un posto sicuro.
La Tragica Fine di Weisz
Ma la protezione fu effimera, perchè con l’invasione tedesca dei Paesi Bassi, la sua famiglia fu catturata e deportata, intraprendendo un viaggio senza ritorno verso l’orrore. Arpad Weisz fu, dunque, deportato prima a Westerbork e poi ad Auschwitz, dove trovò la morte nella camera a gas il 31 gennaio 1944. Con lui perì tutta la sua famiglia.
La sua fine, causata dalla persecuzione politica e razziale, rappresenta il drammatico legame tra la gloria sportiva di un’istituzione come l’Inter e la barbarie della storia. Oggi, il compianto tecnico, è ricordato come un simbolo di sportività e memoria, la cui storia ci insegna che l’oscurità può colpire anche le figure più luminose come la sua. E se pensate che attualmente i soldati israeliani si stiano comportando proprio come fecero i nazisti contro i civili oppositori, vuol dire che la storia e la memoria non hanno insegnato nulla ai propri discendenti.



