C’è un legge non scritta nel mondo del calcio secondo la quale a prendersi i complimenti – spesso e volentieri – è chi esce dal campo con un pugno di mosche in mano. A Madrid l’atteggiamento fu quello giusto, contro il Liverpool “mancò la fortuna ma non il valore“, ieri sera l’Inter se l’è giocata alla pari al cospetto dei più forti d’Europa. Tre gare, tanti applausi, zero punti e cammino continentale che continuerà dai playoff.
Mal da big match
Una delle caratteristiche degli uomini di Chivu – a differenza della precedente gestione tecnica – risiede nel riportare stessi pregi e difetti tanto in Serie A quanto in Champions League. Con Simone Inzaghi, ad esempio, non era così: nel 2022/23 la banda del buco del campionato si trasformava in un bunker europeo. Copione ribaltato nella stagione successiva: schiacciasassi in Italia, sprecona al limite dell’inverosimile nel doppio confronto contro l’Atletico Madrid. Anche nella scorsa annata l’Inter è sembrata molto più attenta all’Europa che non al tricolore (buttato poi letteralmente nel cesso tra aprile e maggio).
In questi ultimi mesi, invece, la Beneamata si è dimostratata – al di qua e al di là dell’arco alpino – grandissima con le piccole, piccola con le grandi. Per la Serie A, dove dall’alta classifica in giù non si è sbagliato un colpo, finora è potuto bastare così. Discorso totalmente diverso nel livello ben più alto della coppa dalle grandi orecchie.
Inter: l’Europa è un bel bancomat, ma…
Sia chiaro, nei difficili equilibri (economici) del calcio moderno il bancomat della Champions League è qualcosa da cui non si può prescindere. Almeno per la realtà italiana: se vogliono rimamere competitivi nel lungo periodo i nerazzurri hanno il dovere di non fare “alla Conte”, tanto per intenderci. L’obiettivo deve comunque rimanere quello di fare più strada possibile.
Ma, prestazioni e risultati alla mano, questa squadra non è ancora pronta per il salto di qualità. L’Inter rimane la bella addormentata d’Europa: gioca bene, a tratti benissimo e perde punti vitali con una facilità disarmante. Errori personali, dormite generali e solite dosi di autolesionismo che a quanto pare fanno proprio parte del dna.
Cosa manca?
La strada intrapresa da mister Chivu ad ogni modo pare quella giusta. Affinché siano assorbite senza troppi scossoni, le transizioni – mai indolori – vanno cavalcate. Allora più Bisseck, più Sucic, più Esposito e più Bonny con tanti ringraziamenti ai successi della vecchia (anagraficamente) guardia, da Sommer in giù. E un pizzico di coraggio nel panchinare, se necessario, anche chi ha bisogno di mettere in discussione il “posto fisso” di zaloniana memoria.
In questi giorni più di un addetto ai lavori ha definito l’Arsenal come squadra perfetta. L’abbiamo vista da vicino: dove cercare cotanta differenza? Anche in un portiere che sappia dare sicurezza a tutto il reparto, in un centrocampista muscolare che metta del peso specifico e in un attaccante che abbia un rapporto normale con i gol stupidi. Niente che un bel percorso europeo e il prestigio di uno scudetto sul petto non possano attirare in nerazzurro.



