Youri Djorkaeff, ex centrocampista dell’Inter, ha rilasciato una lunga intervista a NSSSports.com.
NEW YORK – “Quando sono arrivato a New York nel 2005, ho scoperto qualcosa che oggi sembra banale: i ragazzi indossavano solo sneakers e jeans. Ho visto quello stesso senso di coolness nelle maglie dei New York MetroStars. Quando avevo 12 anni avevo due sogni: vincere la Coppa del Mondo e vivere a New York. Ecco perché mi sono trasferito nella MLS. Andare a New York mi ha anche aiutato a stemperare la malinconia che arriva quando un calciatore termina la carriera.
Mi ha aiutato a distrarmi, naturalmente, perché NYC è la città dove è più facile trovare motivazione. Il mio lusso supremo era fare un picnic a Central Park. Vivere a New York ha cambiato la mia vita in molti modi: ha modificato la mia percezione della moda e della cultura in generale. Ho fatto molte amicizie e sono sempre stato aperto a nuove esperienze e stimoli. Conosco ogni angolo di Manhattan; camminavo ogni giorno scoprendo posti nuovi. NYC era divertente, ma ora sono di nuovo parigino”.
IDENTITÀ E VILLE – “A Parigi mi sento parigino, a Monte-Carlo mi sono sentito monegasco, a Milano milanese, a New York newyorkese e così via. Nella mia vita ho sempre dato importanza all’essere cittadino delle città, non solo di una città”.
CALCIO E GLAMOUR – “Facevamo parte della prima generazione di calciatori pronti a comparire sui cartelloni pubblicitari, i primi a essere glamourizzati e a partecipare a campagne di moda. Avevo firmato un contratto con Lotto; il marchio ha visto il potenziale perché il contratto arrivò esattamente nel 1998, l’anno in cui vincemmo la Coppa del Mondo, che si svolse in Francia. Ma la cosa più incredibile è che eravamo superstar sia dentro che fuori dal campo; lasciate che vi spieghi. Lo eravamo nel gestire tutte le pressioni e le ansie provenienti dall’esterno, che coinvolgevano anche momenti fuori dal campo. È qualcosa che non si può spiegare; eravamo davvero la prima generazione di atleti a guidare supercar per andare al centro di allenamento; eravamo la prima generazione di atleti a frequentare supermodelle”.
LEGGI ANCHE – Inter, Di Natale a tutto campo sulla Serie A e la Nazionale



