Adriano e il peso della solitudine: il racconto dell’Imperatore
Adriano Leite Ribeiro, leggenda dell’Inter, ha aperto il cuore nel podcast *Boteco do Chula*, raccontando il dramma personale che ha segnato la sua vita dopo il calcio. Come riportato da Ilmessaggero.it, l’“Imperatore” ha confessato la profonda solitudine che lo accompagna oggi, con pochi ex compagni che lo contattano. Solo Aloisio Chulapa, suo amico fraterno, gli resta vicino, un gesto che Adriano ricorda con commozione: “È l’unico che ha pianto per me come essere umano”. La perdita del padre Almir nel 2004 ha innescato una battaglia contro la depressione e l’alcolismo, che ha compromesso la sua carriera. Nonostante i 75 gol in 177 partite con l’Inter, il brasiliano vive lontano dai riflettori, nelle favelas di Rio, cercando pace tra la sua gente.
Un talento spezzato dalla depressione
La carriera di Adriano, uno dei talenti più puri della Serie A, è stata segnata da momenti bui. Nel 2009, come confessato a *Globo Esporte*, l’attaccante ha pensato al suicidio, sopraffatto dalla solitudine e dalla saudade per il Brasile. “Chiamai mia madre, le dissi che mi mancava casa”, ha rivelato. L’Inter, sotto la guida di Massimo Moratti, cercò di proteggerlo, nascondendo i suoi ritardi agli allenamenti e le multe per il bere. Tuttavia, la dipendenza dall’alcol e la depressione hanno avuto la meglio, portandolo a lasciare il calcio nel 2016. Oggi, Adriano vive una vita semplice nelle favelas, come documentato da video virali su TikTok, dove appare rilassato, ma il suo racconto sottolinea la fragilità dietro la gloria del calcio.
Un’eredità umana oltre il campo
Nonostante le difficoltà, Adriano resta un’icona per i tifosi nerazzurri e non solo. La sua autobiografia, *Adriano: la mia più grande paura*, scritta con Ulisses Neto, svela i dettagli di una vita tra successi e cadute. La recente partita celebrativa al Maracanà tra Inter e Flamengo, con stelle come Ronaldo e Zico, ha reso omaggio alla sua carriera, segnata da 27 gol in 48 presenze con il Brasile. Adriano non cerca più la fama, ma l’autenticità, come dichiarato a *The Player’s Tribune*: “Sono tornato a casa, dalla mia gente”. La sua storia, come emerge da Ilmessaggero.it, è un monito sull’importanza del supporto umano nel calcio, un mondo che spesso dimentica i suoi eroi una volta spenti i riflettori.



